Ungulati a rischio diminuzione?

Gli ungulati e l’uomo, negli ultimi anni, si trovano a dover affrontare un problema che ha origine nella storia della terra stessa.

La popolazione del lupo italico, infatti, è in forte aumento negli ultimi anni dopo che aveva visto una carenza organica alla fine degli anni ’70, quando la caccia a questa specie era ancora consentita.

Il lupo, per natura, è dedito alla caccia e non solo di selvaggina ed ungulati, ma anche di bestiame ed animali da cortile (galline, tacchine …etc…).

La stessa Regione Toscana ha stabilito un fondo per i danni da predazione del lupo, finalizzato agli indennizzi in favore delle aziende zootecniche.

Chi vuole beneficiare del risarcimento economico di questo fondo, deve dimostrare di aver adottato almeno una misura di prevenzione (recinzioni di sicurezza e/o cani da guardia) ed il rimborso è concesso sia per danni diretti (rimborso del capo predato) sia per quelli indiretti (costi veterinari per animali feriti).

Come la Toscana, anche altre Regioni hanno adottato questo metodo di rimborso al fine di risarcire i danni dei lupi.

A luglio 2020, la popolazione del lupo italico è stata quantificata in circa 2.000 esemplari, raggiungendo anche località ove non era mai stato avvistato.

L’aumento della specie ha visto alcuni di questi capi avvicinarsi, forse troppo, verso i centri abitati prendendo confidenza con l’uomo.

Uno dei problemi, di questa nuova generazione dei lupi, è l’ibridazione, per cui la razza del lupo va ad accoppiarsi con cani randagi.

L’aumento dei branchi di lupi ha portato anche ad una movimentazione degli ungulati che considerata la minaccia iniziano a movimentarsi in branchi sempre più numerosi.

La popolazione degli ungulati, nel proprio ecosistema, oltre a dover affrontare la presenza dei cacciatori, che applicano una pressione venatoria non indifferente, devono vedersela anche con questa crescente presenza.

Il lupo, e l’habitat in cui vive, attualmente è tutelato in maniera continua per consentire il ripopolamento di questa specie, che si considerava quasi estinta negli anni ’80.

Le linee di pensiero vedono il predatore come capace di ristabilire l’ecosistema degli ungulati, consentendo il contenimento della specie nociva, mentre altri lo vedono come un rischio per l’uomo e per il bestiame.

Nel 2007 presso l’università di Sassari, Marco Apollonio, ha pubblicato un articolo scientifico sull’influsso dei cacciatori e dei lupi sulla comunità di ungulati selvatici e domestici della Val di Susa (Alpi occidentali), lavoro simile che nel 2020 si sta svolgendo per l’Appennino Settentrionale.

Lo studio svolto, ha consentito di effettuare un rapporto tra ungulati presenti, cacciatori di selezione (selecontrollori) ed esemplari del lupo.

Per la provincia di Arezzo, lo studio condotto, ha visto quantificare in una percentuale del 63.2% e del 32.4%, rispettivamente riferiti a cinghiali e caprioli, le specie di cui il lupo si preda.

Lo stesso predatore risulta preferire cinghiali di minor peso, dai 10 ai 35 Kg, essendo facilmente attaccabili e più appetibili.

Nello studio condotto è stato quantificato che un branco di 5 lupi predava all’incirca un animale ogni due giorni e mezzo, cibandosi annualmente e mediamente di 83 cinghiali e 60 caprioli rappresentando una predazione in percentuale dell’8.9% della popolazione dei cinghiali e dell’1.1% di quella dei caprioli.

Lo studio condotto sull’influenza dei cacciatori nelle popolazioni degli ungulati ha visto quantificare l’abbattimento da parte dell’uomo in circa 7 volte di più rispetto a quello del lupo (63.3% cinghiali e 7.3% caprioli).

La caccia, dati alla mano, risulta avere un’incidenza maggiore sulle popolazioni degli ungulati ma comunque anche sommando tali percentuali a quelle predate dai lupi, non si

va a superare la soglia massima degli abbattimenti, non generando quindi il rischio della diminuzione dei capi delle prede.

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